La vittoria indispensabile di Syriza
Ricostruire le ragioni della vittoria di Syriza e di Alexis Tsipras nelle elezioni di questa domenica ci obbliga a indagare, per dirla con Juan Carlos Monedero, il valore della decenza come elemento di caratterizzazione politica.
La decenza come senso comune da contrapporre alla vetrina pubblica dell’ineluttabile. La decenza come contraltare collettivo all’umiliazione del singolo di fronte alle decisioni non argomentate dei potenti. La decenza è il luogo in cui una corrente di solidarietà fra gli umili traccia la linea che demarca quanta sofferenza e quanta ingiustizia sono tollerabili. La decenza è il trait d’union credibile e compren-sibile fra la politica e la democrazia, fra i lunghi pensieri e la convinzione, parafrasando Harry Emerson Fosdick, che nella gente comune si nascondano possibilità fuori dal comune.
Antidoto all’indifferenza e alla rassegnazione, spinta dinamica capace di sovvertire il piano dello scontro per farsi inseguire anziché rincorrere, connessione sentimentale: è la decenza a spingere una forza politica a scegliere pervicacemente di misu-rarsi per tre volte in un anno con il consenso per affermare che neanche la notte dei tecnocrati, in cui i profeti di ogni parte annunciano esiti irrimediabili, può ipotecare la democrazia. La Grecia ha scelto il proprio destino, e la tecnocrazia è la ne-gazione della politica perché la politica è destino, nell’accezione profonda di libera-zione dal determinismo e di libera autodeterminazione: nonostante l’astensionismo allarmante, il primo traguardo ideologico degli estensori del memorandum si è in-franto sulle barricate di un popolo che ha rinnovato fiducia alla decenza, rinnovando – con Syriza – il suo vincolo, il vincolo di popolo.
La più difficile delle vittorie coltiva sulle proprie spalle il paradosso estremo di un Paese umiliato che tiene accesa la lotta per l’Europa democratica. Ancora una volta, quando la storia è tragedia e farsa allo stesso tempo, lo sguardo del pensiero lungo prova a rovesciare il piano anziché ridursi a scegliere fra le due opzioni imposte dalla controparte: la resa della politica all’amministrazione dell’esistente o l’abbandono del campo.
Tornano a essere vive, oggi, le immagini dei capi delle due principali potenze nazionali, Hollande e Merkel, che trattano e intervengono al posto dei rispettivi partiti europei dopo il referendum dello scorso luglio, palesando l’irrilevanza dell’intera impalcatura istituzionale di Bruxelles, ridotta al rango di comparsa ed esclusa tout court dal dibattito politico di quelle ore. Sono le immagini che ritraggono un capitalismo nella sua fase estrema, ipertrofica, capace di contraddire perfino le istituzioni finanziarie internazionali e mettere in scena l’oligarchia politica allo stato puro.
In questo scenario la vittoria indispensabile di Syriza non può sciogliere nodi economici (e dunque politici) che pesano come macigni, ma lascia alle sinistre europee il tempo, lo spazio e la responsabilità per articolare una proposta all’altezza della sfida. Rovesciare il piano, praticare il dubbio per innovarsi senza perdere radicalità, coltivare i pensieri lunghi: quello che oggi siamo chiamati a fare è gettare il seme di uno spazio politico che nasca su tre architravi: sinistra, alternativa, governo. Ciò che serve è un movimento che si confronti con una cultura di governo, maggioritario, diffuso, egualitario, democratico, capace di rompere l’isolamento greco e di orientare il dibattito in ogni Paese. Per questo dobbiamo immaginare e praticare un corpo intermedio fra una società che esiste e una istituzione che ci viene negata. Per questo serve più Europa, però anche più intelligenza, più forza, più massa critica. Qui e ora. È l’unico modo per non lasciare soli, di nuovo, Syriza e il suo popolo.
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