Un referendum per abrogare il pareggio di bilancio: parte la raccolta firme
500 mila firme entro 90 giorni contro il Fiscal compact. Nel comitato promotore economisti, sindacalisti, parlamentari di tutti gli schieramenti politici. Per eliminare le disposizioni che obbligano governo e parlamento a fissare obiettivi di bilancio più gravosi di quelli definiti in sede europea. L’adesione di Sel.
Quattro referendum e quattro «Sì» che potrebbero modificare l’applicazione «ottusa» del principio dell’equilibrio di bilancio, eliminando alcune gravi storture introdotte dal parlamento italiano. Si vuole così eliminare le disposizioni che obbligano governo e parlamento a fissare obiettivi di bilancio più gravosi di quelli definiti in sede europea. Il referendum abroga la disposizione che prevede la corrispondenza tra il principio costituzionale di bilancio e il considdetto «obiettivo a medio termine» stabilito in Europa, una norma che non è imposta dal Fiscal compact. Vincendo il referendum, l’Italia potrebbe ricorrere all’indebitamento per realizzare operazioni finanziarie, un’azione oggi vietata. Infine, verrebbe abrogata l’attivazione automatica del meccanismo che impone tasse o tagli alla spesa pubblica in caso di non raggiungimento dell’obiettivo di bilancio, deciso dai trattati internazionali e non dall’Unione europea.
«Renzi sostiene che occorre battere i sacerdoti dell’austerità, per ridare speranza e futuro al nostro Continente. Non lo si può fare con un semplice palliativo che consiste semplicemente nel buon uso della flessibilità all’interno del patto di stabilità. Lo si fa rivedendo i Trattati, e partendo dal cuore del problema: il fiscal compact» Lo afferma Sinistra Ecologia Libertà con il responsabile esteri on. Arturo Scotto.
«La battaglia referendaria – conclude l’esponente di Sel – annunciata da un folto gruppo di docenti universitari ed economisti è una delle possibili strade giuste per ottenere questo risultato, che permetta agli europei di respirare, e garantisca un futuro all’euro al di là delle ottusità che abbiamo conosciuto negli ultimi anni».
La campagna, riassunta nello slogan “Stop all’austerità. Sì alla crescita, sì all’Europa del lavoro e di un nuovo sviluppo”, prevede fra il 3 luglio e il 30 settembre la raccolta delle 500mila firme necessarie per celebrare il voto popolare nella primavera 2015.
Le richieste di abrogazione popolare, spiega il giurista Giulio Salerno, puntano a rimuovere punti nevralgici della legge ordinaria attuativa dell’obiettivo di equilibrio dei bilanci pubblici, approvata in tempi record e senza un’autentica discussione parlamentare nel 2012. Finalità dei promotori è abolire le regole, non previste dalla Carta repubblicana né dai trattati europei firmati dal’Italia, che applicano in modo rigido e miope il principio del pareggio fra entrate e uscite. Una lettura ortodossa e integralista dell’austerità finanziaria adottata dalle istituzioni comunitarie che produce strategie vessatorie e restrittive per l’economia, il lavoro, lo sviluppo del nostro paese.
Accomunati dalla consapevolezza dell’urgenza di scelte nazionali ed europee espansive, i rappresentanti del Comitato promotore sono lo specchio di un mondo eterogeneo dal punto di vista culturale e politico. Ma le sue frontiere vanno estendendosi raccogliendo anche rappresentanti della minoranza PD, alla decisa adesione di Sel.
Alla conferenza stampa hanno partecipato Alfiero Grandi, Stefano Fassina, Miguel Gotor, Gianni Cuperlo, Alfredo D’Attorre, Gennaro Migliore, Peppe de Cristofaro, Giulio Marcon, Giorgio Airaudo e Lanfranco Turci. In sala è stata notata dagli osservatori la presenza di Danilo Barbi; una presenza poco appariscente ma di peso: non solo in quanto Barbi è tra i 16 promotori del referendum ma perché, in quanto membro della segreteria della Cgil.
A illustrare la bontà del progetto di consultazione popolare è stato l’economista Gustavo Piga. Il quale ricorda, con i premi Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, come “un’austerità ottusa abbia reso impensabile ogni politica industriale necessaria in una fase di crisi”. Per archiviare una strategia fallimentare portatrice di enormi sofferenze – ha rimarcato lo studioso rivolgendosi al premier – non è sufficiente puntare su un Fiscal Compact più flessibile, giocando con le virgole tramite estenuanti negoziati e continue manovre restrittive destinate ad accrescere rabbia e disincanto verso l’Europa. Provvedimenti che, rileva il consigliere di Stato Paolo De Ioanna, hanno contribuito al crollo del 12 per cento degli investimenti pubblici italiani nel 2013. “Esautorando di prerogative essenziali i Parlamenti nazionali, ridotti a organi di ratifica – in un clima di ‘embargo intellettuale’ – delle scelte assunte altrove spesso in antitesi con i principi fissati nelle Costituzioni”. Estromettere lo Stato dall’economia nelle fasi di contrazione produttiva e dei consumi, precisa l’economista keynesiano Riccardo Realfonzo, ha accentuato la divaricazione tra regioni europee nel PIL e nel tasso di disoccupazione. Risultati disastrosi che “lo stesso Fondo monetario internazionale riconosce, al contrario del Documento di economia e finanza governativo tutto interno alle logiche del rigore fine a se stesso: taglio generalizzato alla spesa pubblica e aumento continuo della pressione fiscale”.
L’orizzonte che ispira i promotori delle richiesta referendarie è così condensato dall’esperto di micro-credito Leonardo Becchetti: “Vorrei un’Europa in cui, come avviene negli Usa, un cittadino di Berlino fa credito al connazionale di Atene facendo in modo che il secondo non continui a indebitarsi”. E un federalista europeo come l’ex vice-ministro dell’Economia Mario Baldassarri, tra i pochissimi a votare contro l’introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Costituzione e contro l’adesione al Fiscal Compact, si spinge oltre: “Se un accordo intergovernativo o i trattati costitutivi dell’Unione monetaria contraddicono tutte le teorie economiche e falliscono alla prova dell’esperienza, allora vanno cambiati”.
Leggi i quesiti referendari, le sue ragioni e chi sono i promotori
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